DAVID GROSSMAN, Che tu sia per me il coltello

DAVID GROSSMAN, Che tu sia per me il coltello, Mondadori
Credo che sia uno dei pochi libri che non ho mai consigliato, non consiglio e non consiglierò mai a nessuno.
Mi riferisco a “Che tu sia per me il coltello” di David Grossman.
In un gruppo di persone, un uomo vede una donna sconosciuta che, con un gesto quasi impercettibile, sembra volersi isolare dagli altri. Commosso, Yair le scrive, proponendole un rapporto profondo, aperto, libero da qualsiasi vincolo, ma esclusivamente epistolare. Più che una proposta è un’implorazione e Myriam ne resta colpita, forse sedotta.
Un mondo privato finisce, così, per unirli; ognuno dei due offre all’altro ciò che mai avrebbe osato dare ad alcuno. In questo processo di svelamento Yair e Myriam scoprono l’importanza dell’immaginazione nei rapporti umani e la sensualità che si nasconde nelle parole. Finché Yair si rende conto che le lettere della donna stanno aprendo un varco dentro di lui, gli chiedono con imperiosa delicatezza di compiere una svolta nella sua vita interiore.
E’ da qui che nasce un romanzo avvolgente e “impudico”, che ci mostra quanta strada bisogna percorrere per vincere la paura e arrivare a toccare liberamente, con pienezza, l’anima, ed anche il corpo, di un altro essere umano.
Lo comprai appena uscito, se ricordo bene non avevo neanche vent’anni.
Lo lessi tutto d’un fiato in pochi giorni e mi piacque al punto da chiedere di leggerlo all’uomo che amavo.
Lui lo fece e lo abbandonò quando ancora non era arrivato alle prime cento pagine. Non gli piacque fin dall’esordio, già le prime pagine gli risultavano noiose e assurde. Le definì una “nenia pazzesca”.
“Non trovi che quello tra Yair e Myriam, sia un rapporto che ha del patologico?” mi disse.
Non provai neppure a confutare la sua opinione.
Gli dissi “Sì, forse hai ragione, anche se non credo che io e te siamo molto meglio di loro”.
E chiusi discorso e libro.
Non mi spiego tuttora perché, lui che era molto profondo e sempre molto attento alle riflessioni sui significati della vita che le espressioni artistiche suggerivano, non avesse colto il nucleo del libro, l’essenza del suo significato. Che è quello di “andare oltre”, e suggerisce l’idea di una “fusione” tra uomo e donna attraverso un rapporto in cui tutto è possibile. Tutto è possibile perché si attua all’interno di una esperienza condivisa, che è intima, segreta e allo stesso tempo libera ed esplicita. Nuda.
Una realtà altra, sognata e inventata, incontaminata e magica.
Un altrove.
Il libro lo persi, credo perché lui morì prima di restituirmelo.
Qualche mese fa, in libreria, mi ha attirato un’edizione nuova, di “Che tu sia per me il coltello”, fresca di ristampa. La copertina originale è stata sostituita e io ne sono grata all’ editore, poiché l’immagine di donna che compariva sotto al titolo mi è sempre parsa inadeguata, infastidendomi.
Questa edizione ha la copertina cartonata, di colore blu; solo il titolo e il nome dell’autore compaiono in oro, con un carattere sottile. Ed è senza immagine.
E’ il tipo di libro che adoro tenere tra le mani, perché mi comunica subito l’impressione di essere composto, serio e forte.
Lo guardo e sorrido. Tra me e il libro uno scambio d’intesa, come se anche Yair e Myriam mi potessero sentire: è ora di riavervi, a distanza di quindici anni.
Lo compro dunque per la seconda volta e scopro che ri – leggerlo è per me un’esperienza diversa e sconvolgente.
Non mi era successo altre volte.
Il romanzo di Grossman non è un libro che ti cambia, ma è un libro che cambia, cambia per quanto e per come cambia il lettore. Per questo è straordinario.
La scrittura è un morso piacevole e, a tratti, maledetto, riferito ad una “non trama” morbosa che l’autore deliberatamente crea per modificarne di volta in volta l’incontro col lettore.
Non permette di essere lucidi, oggettivi, rispetto alla narrazione; ma ti inganna, piuttosto, travolgendo chi legge in un vortice continuo; in una musica di pensieri e parole che persino sconvolge. Si potrebbe dire che il tema del romanzo è proprio il tema della parola, esaltata nel suo altissimo potere erotico e di affabulazione, una parola sempre colma di significati, una parola che è salvezza dall’estraneità e dall’indifferenza: quella in cui potrebbero facilmente cadere due persone che si incontrano e che si amano in una dimensione “parallela” a quella della loro realtà quotidiana.
La parola come salvezza.
Questo è un libro che resta con me. Non dentro di me, nel ricordo di una piacevole lettura, ma resta fisicamente con me. Lo devo avere vicino, a portata di mano, come il telecomando per chi è teledipendente.

Quando tu ricevi una mia lettera io sono già altrove. Quando io ne leggo una tua, mi trovo di fatto in un tuo momento passato. Sono con te in un tempo in cui ormai non ci sei più. Il risultato è che ognuno di noi vive momenti da cui l’altro è uscito … Cosa ne pensi? Forse è questa l’origine della tristezza che quasi ogni tua lettera suscita in me, indipendentemente dal suo contenuto. Persino un biglietto piuttosto buffo come quello che mi hai scritto dall’università. La vita scorre.”