Volere o non volere la maternità: “Cose che non si raccontano” di Antonella Lattanzi

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Nel romanzo Cose che non si raccontano, Antonella Lattanzi ha ri-scritto con noi, suoi lettori, una storia dalle emozioni forti e contrastanti, dominata al contempo dal non desiderio e dalla tenace volontà della maternità.

L’opera risulta una lettura centrale nel nostro discorso sull’educazione alla affettività, in quanto l’autrice fa convergere su di sé la forza e il coraggio delle donne soprattutto nella conquista dell’autonomia di scegliere del proprio corpo e della propria vita.

Per questa scelta di prospettiva A. Lattanzi, con la sua capacità di gestire narrativamente una duplicità di pensieri interiori e di incrociare esperienze di vita reale fa rimbalzare all’interno del romanzo la fragilità della donna di oggi, in preda a molteplici conflitti, in particolare quelli che mettono in discussione il significato personale e sociale dell’essere madre.

La fragilità è il tratto dominante della società odierna. Questa, in sintesi, l’affermazione con cui l’autrice sfida il lettore attraverso una narrazione, originale nel suo impianto, in cui lavoro e maternità sono i poli di un contrasto epocale post-industriale e ancora più avvertito nel contemporaneo. Vivere la condizione di lavoratrice e madre non significa, nel romanzo in questione, denunciare che la donna sia costretta a “raddoppiarsi”, ovvero a sobbarcarsi due pesi che -di fatto- annullano la piena realizzazione femminile; il romanzo va oltre e si fa attuale quando la protagonista (la scrittrice stessa) si pone il problema della reale possibilità di assumere il duplice ruolo come scelta consapevole e ragionata, anche dopo il vaglio di una possibile e totale rinuncia all’uno o all’altro. Possono una donna e il suo compagno palesare pubblicamente la propria “vergogna” per la fragilità che coltivano dentro? Con chi possono condividerla? Neppure i medici sembrano degni interlocutori.

Risulta ben chiaro di pagina in pagina che la figura maschile si indebolisce, che Andrea, diventa via via un personaggio sfumato, a sottolineare che la decisione ultima, e non condizionata da parametri sociali o familiari, è della compagna al cospetto di se stessa.

Tutta la conduzione del tema narrativo si svolge all’insegna di questo dilemma, là dove la debolezza della protagonista si traduce nella sua incapacità di istituire una scala gerarchica dei suoi valori, di individuare le priorità che devono stare alla base del tempo della scelta.

Ma se Cose che non si raccontano è certamente un romanzo sulla fragilità, e nonostante Lattanzi dichiari apertamente in chiusura che questo libro è pur vero che la testimonianza di un corpo (il suo corpo) che porta i segni di una storia di dolore e che ha coinvolto il lettore con la esplicitazione di un tormento interiore e della carne, ci offre di condividere -all’ultimo- un corpo ritrovato, un corpo di donna che cerca nuovamente il suo compagno e lo desidera dentro di sé.

Sandra Tassi legge “Cose che non si raccontano” di Antonella Lattanzi

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