Una volta sognai di essere una tartaruga gigante

E’ un sogno certamente stravagante

È un sogno di Alda Merini che, nella poesia omonima, così recita in una strofa:
Cosi figli miei una volta vi hanno buttato nell’acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portato in salvo…

Ma, forse, a ben pensarci non è poi cosi “stravagante”, né, forse, soltanto suo.
Con linguaggi politici, sociologici, giuridici, economici, può essere capitato a tanti di esprimere il desiderio di possedere un guscio d’avorio, a cui tutti coloro che erano in naufragio potessero aggrapparsi per salvarsi dall’acqua.

IL LEGGIO vuol fare suo questo sogno, almeno per una serata; vuole cercare di condividerlo con tutti coloro che – almeno una volta – hanno proclamato, o anche solo pensato, che potesse essere loro facoltà portare in salvo chi naviga nelle acque scure della difficoltà.
Chi ha preso parte ai presidi, chi ha riempito le piazze, chi ha cantato canzoni o scritto slogan venga ora con noi per mescolarsi ai migranti, per scoprirsi migrante anch’egli, per cogliere anche solo per qualche attimo, la sensazione dell’abbandono, del pericolo, della lontananza; ma anche della fame, della paura e della morte.
È un modo DIVERSO ma UGUALE di esprimere il nostro pensiero

VI CHIEDIAMO DI ESSERE CON NOI,
CON
IL LEGGIO, IL CORO MULTISPILLA, OVERSEAS

perché, ci ricorda un passo che recitiamo nel nostro reading,

E’ DIFFICILE CAPIRE.
E per capire è necessario vedere, parlare,
leggere, cantare, danzare
Pensare.
Ma forse non basta ancora.
Il modo migliore è mettersi nei panni di quegli “stranieri…”

VI ASPETTIAMO NUMEROSISSIMI

DOMENICA 15 DICEMBRE
ORE 21

Presso lo Spazio Famigli,
V.le della Rimembranza, 19 – Spilamberto

(Ingresso a offerta libera)

Oppure

VENERDÌ 20 DICEMBRE
ORE 21

Presso Sala-Teatro della Parrocchia Gesù Redentore
Via L.Da Vinci, 297 – Modena

(Ingresso €5 per i soci de Il Leggio – €7 per i non soci)

Per qualcuno sarà una esperienza di consapevolezza, per altri un Natale “diverso”

Che fine farà il popolo senza terra?
di Gustavo Zagrebelsky
in “la Repubblica” del 19 novembre 2019

Da quando la terra tutt’intera è stata suddivisa in porzioni su ciascuna delle quali si esercita il dominio esclusivo da parte di popolazioni residenti, da quando cioè lo spazio terrestre si considera completo, privo di vuoti, le uscite sono ingressi in territori altrui. Si potrebbe dire: i popoli, nello spazio della sfera terrestre, sono vasi comunicanti.
Non sempre, però, chi esce trova dove entrare. Faide tribali, guerre, carestie, persecuzioni politiche religiose razziali, “pulizie etniche” costringono interi popoli a cercare salvazione scappando dalla propria terra senza che se ne offra un’altra. Si è, per così dire, sospesi sul nulla e tu stesso sei ridotto a “nuda vita” che può essere ignorata, offesa, soppressa. La violenza è estrema non quando ti negano diritti, ma quando ti si dice: per te e per il tuo popolo non c’è posto al mondo. Tutti hanno una patria, ma a te è negata e, quando ti fosse negata da tutti, sarebbe come se l’intera umanità ti dichiarasse guerra. Sei in trappola. Si può incominciare da piccoli soprusi ma, passo dopo passo, si arriva alla violenza finale. Il diritto di abitare una terra è precondizione di ogni altro diritto.
Quando vedremo come sarà andata a finire, che cosa diremo di noi? La civiltà che orgogliosamente chiamiamo “Occidente” sarà in pace con sé stessa?

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