Percorso di lettura

A cura di Sandra Tassi

Si può parlare anche oggi di “grande romanzo americano” ?

Si può parlare anche oggi di “grande romanzo americano” ? In realtà la domanda  è mal posta, o quantomeno ricalca un interrogativo entrato nel costume della critica letteraria, senza che mai ne venissero definite le caratteristiche in termini di stile, struttura, andamento narrativo.
Nella storia della letteratura americana molti romanzi sono stati considerati prototipi “del ” grande romanzo americano, quando – di fatto – si sono qualificati come uno dei grandi romanzi che hanno segnato il percorso della storia letteraria dell’America.
Dunque non è possibile giungere ad una definizione che circoscriva la risposta a quello che altro non è se non una domanda retorica: in termini di caratteri fondanti non pare esistere un “modello” letterario che sia esemplare – il topos – capace di racchiudere queste o quelle opere.
Il Grande romanzo americano è un obiettivo sfuggente e lo spazio che tale espressione delimita viene occupato da quei romanzi che in ogni singola epoca hanno saputo  essere il  ritratto delle emozioni e dei comportamenti ordinari dell’esistenza americana.
In questo senso è possibile indicare come data d’inizio di un primo movimento letterario la nascita della “coscienza” americana (dopo il 1850), con il leit motiv della conquista della identità  americana.

A) il periodo coloniale (1607-1810) non ce ne occuperemo

B) il periodo romantico (1810-1865)

C) il periodo realista (1865-1950 circa)

L’ultimo scampolo di romanticismo

L’opera di James Fenimore Cooper può essere divisa in tre gruppi: del primo fanno parte i romanzi più noti che hanno come tema la lotta tra bianchi e indiani: un esempio è il romanzo L’ultimo dei Mohicani (The Last of The Mohicans, 1826).
 Il secondo gruppo è dedicato alle avventure di mare tra cui il romanzo più rappresentativo è Il corsaro rosso (The Red Rover, 1827)
Dell’ultimo gruppo fanno invece parte i romanzi sociali e storici, fra cui emerge La spia (The Spy, 1821) ambientato nel periodo della guerra di indipendenza americana.

Harriet Beecher Stowe scrive il famoso romanzo La capanna dello zio Tom (Uncle Tom’s Cabin, 1851-1852) che ha una tiratura prodigiosa e influenza positivamente l’opinione pubblica sul problema dello schiavismo.

Ne La lettera scarlatta (The Scarlet Letter, 1850), giustamente considerato il suo capolavoro, Hawthorne inserisce la sua storia nel New England del Seicento. L’ambiente rigido e cupo della Boston coloniale, pervaso da un senso calvinista del peccato.

Melville crea opere veramente americane, espressive di un mondo nuovo che comincia a riconoscersi nettamente distinto dall’Europa. I lunghi anni trascorsi in mare offrono a Melville l’ispirazione e l’ambientazione per molte delle sue opere, ma la sua sensibilità quasi impressionistica fa di lui qualcosa di più di un viaggiatore che registra le sue avventure. Moby Dick ovvero la balena (Moby Dick, 1851) è considerata la sua opera maggiore; in questo romanzo l’elemento «avventura» si trasforma in mito

Mark Twain, nato nel Missouri e cresciuto a Hannibal, sul Mississippi, pilota sui battelli che lo navigavano diviene presto noto come autore di racconti umoristici e conferenziere brillante. Tra le sue opere più importanti: Le avventure di Tom Sawyer (The Adventures of Tom Sawyer, 1876) è un’autobiografia romanzata che rivela nello scrittore un sottile interprete dell’anima infantile; Le avventure di Huckleberry Finn (The Adventures of Huckleberry Finn, 1884-85), uno dei capolavori del romanzo d’avventura e picaresco. Contribuisce in modo definitivo ad abbattere la tradizione vittoriana con il suo gusto semplice ma colorito, attento a assorbire e riflettere tutte le cadenze del parlato americano.

Henry James si pone il problema dell’artista in conflitto con la società e del suo pellegrinaggio in cerca di una società. Col romanzo Ritratto di signora (The Portrait of a Lady, 1881) James entra nel circolo della letteratura europea con una personalità matura e originale. James abbandona la sua prima maniera ancora abbastanza tradizionale iniziando un periodo sperimentale. La novità consiste nella tecnica di presentazione dei personaggi e delle loro reazioni. Essi non vengono quasi mai presentati direttamente ma da un altro personaggio. È la tecnica che sarà chiamata del punto di vista. In questo modo, la ricchezza dell’analisi viene dilatata all’infinito e il mondo appare come estremamente sfaccettato e complesso.

Theodore Dreiser inaugura un’epoca nuova della letteratura americana. La sua visione della vita è quella di un realista oggettivo che però dà importanza ai sogni e alle speranze. Il suo primo romanzo importante è Sorella Carrie (Sister Carrie, 1900) ed è uno studio sulla lotta per raggiungere una posizione sociale sicura e un’esistenza confortevole in cui affiora anche un motivo più profondo: la piena conquista della propria personalità da parte di una ragazza senza cultura e senza mezzi di sussistenza. Sono due temi fondamentali per Dreiser, che applica le leggi di Darwin alla società: l’uomo si muove in base alle proprie necessità biologiche e, nella lotta che consegue, i più deboli rimangono schiacciati.

Realismo nell’epoca contemporanea

Ernest Hemingway è, insieme a Faulkner, il più illustre rappresentante della narrativa americana tra le due guerre che giunge a imporsi all’attenzione dell’Europa.Tutti i suoi libri nascono dall’impulso a una narrazione secca, priva di indugi sentimentali. Il suo personaggio emblematico è sempre in fuga di fronte a una realtà che pure vuole comprendere, godere, se non dominare. Nella sua prima raccolta di novelle Ai tempi nostri (In Our Time, 1925) e nei romanzi Fiesta (The Sun Also Rises, 1926) e Addio alle armi (Farewell to Arms, 1919) dà testimonianza dell’inquietudine sua e del suo tempo. Per chi suona la campana (For Whom The Bell Tolls, 1940) è il frutto dell’esperienza spagnola al tempo della rivoluzione. La critica ha salutato Il vecchio e il mare (The Old Man and The Sea, 1952) come una ripresa in cui Hemingway sembra tornare al tono e alla freschezza delle sue opere giovanili.

William Faulkner si distingue per la sua ostinata fedeltà alla terra natia: la mitica contea di Yoknapatawpha (proiezione ideale del Mississippi ed emblema di tutto il Sud) è lo sfondo costante di una ventina di suoi romanzi. Il Sud visto da Faulkner è una chiusa provincia in cui la tempesta della guerra di Secessione è passata lasciando un’incrinatura che niente potrà saldare: le antiche famiglie aristocratiche vivono inutili a sé stesse e agli altri nelle vecchie case che crollano come sotto il peso d’una maledizione L’urlo e il furore (“The Sound and The Fury, 1929). L’equilibrio, una volta rotto, non si stabilisce più, e in un clima saturo di cariche esplosive, i conflitti si acutizzano, primo fra tutti quello razziale, come in Santuario (“Sanctuary”, 1931) e Luce d’agosto (Light in August, 1932). La costanza nei temi non è disgiunta da un impegno espressivo che spesso trae origine da una ricerca tecnica esasperata derivata da un’esperienza culturale di altissimo livello.

John Dos Passos nelle prime opere si rivela per la vena satirica e l’umorismo che attenuano il tono realistico. A partire da Proseguimento per Manhattan (Manhattan Transfer, 1925) inizia la sua nuova maniera: nell’intento di ricreare e rendere al lettore il senso e lo spirito di una grande città, New York, la tecnica si fa sempre più complessa. Egli allarga la sua visione di New York a tutta l’America con la trilogia U.S.A (1938): Il 42º parallelo (The 42nd Parallel, 1930); 1919 (1932); Un mucchio di quattrini (The Big Money, 1936). Il periodo coperto dalla trama dei tre romanzi-epopea va dall’anteguerra al dopoguerra. Nelle parti narrative agiscono i personaggi tipici di un’epoca di spostati. Dos Passos mira a dare un quadro complessivo della società americana riflessa in tutti i suoi tipi. La sua opera rivela un’amara concezione della vita e una volontà di critica sociale.

John Steinbeck manifesta coi primi racconti, raccolti nel volume I pascoli del cielo (The Pastures of Heaven, 1932), un grande senso umoristico che trionfa poi nel brillante romanzo picaresco Pian de Tortilla (Tortilla Flat, 1935). In queste prime opere, frutto di un’ispirazione fresca e originale, si mostra come uno scrittore pieno di talento giornalistico che gli permette di affrontare varie maniere. Si rivela autore ambizioso con i romanzi: La battaglia (In Dubious Battle, 1939), Uomini e topi (Of Mice and Men, 1937) e Furore (The Grapes of Wrath, 1939), che gli vale il Pulitzer.

Francis Scott Fitzgerald merita una considerazione a parte perché non si lascia facilmente inquadrare in una tendenza. Insieme a Hemingway, è il poeta e lo storico della giovinezza del dopoguerra, della generazione perduta. I suoi libri sono dei documenti del dopoguerra americano, l’età del proibizionismo e del jazz. Nei suoi Racconti dell’età del jazz (Tales of The Jazz Age, 1922) e nei romanzi più riusciti Di qua dal paradiso (This Side of paradise, 1920), Il grande Gatsby (The Great Gatsby, 1925) è riflessa l’esperienza di tutti coloro che non si erano riavuti dal colpo della guerra. Un acre senso di dissoluzione accompagnato dal crollo dei valori è al centro della sua opera. La percezione dell’inevitabile fallimento di ogni ambizione o speranza è approfondita di romanzo in romanzo.

La carrellata dei romanzi che noi abitualmente facciamo stare sotto l’unico tetto chiamato grande romanzo americano sembrano confermare quanto sopra sostenuto. Va ipotizzato se mai, che il susseguirsi di queste opere ha percorso il binario parallelo al fenomeno che solitamente viene definitivo come “grande sogno americano”.
Se vogliamo proprio dare una risposta alla domanda con cui abbiamo aperto questa chiacchierata, possiamo concludere che il grande romanzo americano ubbidisce a questi tre criteri:

Ubiquità: dev’essere un romanzo letto da un numero relativamente elevato di americani, e noto per vie alternative a una grande percentuale di coloro che non l’hanno letto (attraverso un adattamento cinematografico, per esempio).

Notabilità: dev’essere opinione comune che il romanzo sia significativo – possieda qualità letteraria e/o faccia parte di un certo panorama culturale in modo inequivocabile (anche se attaccabile da parte della critica).

Moralità: deve affrontare qualche elemento caratteristico dell’esperienza americana, solitamente o le nostre colpe oppure le nostre aspirazioni come nazione, con una riconoscibile forza morale (da non confondersi con il lieto fine).

COMMENTO A:
C. MC KARTHY, Cavalli selvaggi

COMMENTO A:
K. HARUF, Canto della pianura – Crepuscolo – Benedizione