L’ultima catena della maglia, i figli: “Spatriati” di Mario Desiati

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Il libro che, idealmente, si pone come epilogo della nostra rubrica, Spatriati di Mario Desiati, non è stato scelto per il suo assoluto valore letterario (anche se vincitore del Premio Strega 2022), ma perché assume significatività in un percorso come il nostro.

Abbiamo cercato, infatti, di chiarire il concetto di fragilità attraverso una declinazione polisemica, in modo da uscire dallo stereotipato sillogismo ragazzi di oggi / ragazzi fragili, un binomio a-storico, a nostro giudizio non più sostenibile. A partire dallo spaesamento post bellico e attraversando l’analisi psicanalitica di un “io” senza più certezze né modelli di riferimento fino allo sbiadire della figura paterna con la progressiva perdita della propria autorità, le nostre letture ci hanno condotto pure a rivedere la figura educativa della madre, donna che – in virtù delle libertà conquistate – paradossalmente diviene consapevole del potere “limitante” di un figlio nella sua vita, e quindi della complessità del proprio ruolo e della propria responsabilità genitoriale.

Coerentemente con la lettura di Donatella Di Pietrantonio ( L’età fragile), Desiati ci presenta l’ultima maglia della catena, i figli, quei giovani che, come già Amanda, cercano “un’altra patria” fuori dal paese d’origine, a Milano – per esempio – o a Berlino. A dire il vero, il significato del titolo non rimanda soltanto al desiderio di una migrazione geografica, come per Amanda e per Claudia (quest’ultima protagonista femminile di Spatriati), ma – nel caso di Francesco, per esempio, – voce narrante del romanzo di Desiati, ad una “incertezza”, ad un’“impossibile definizione” psicologica. Nell’impalcatura narrativa dell’autore, sia l’una che l’altro trovano nella ricerca della propria identità sessuale una delle principali ragioni del loro essere spatriati: indecisi, indefiniti, balordi quanto liberati. Omosessuali. Lesbiche. Transessuali.

Tornando al tema, importante per Desiati vista la suddivisione delle sezioni del romanzo, dei luoghi, intesi come radici e al contempo come mete di un futuro svincolato dalle attese e dalle sollecitudini dei genitori, (essi stessi esiliati dalla “patria sicura del matrimonio” e votati ad un rapporto extraconiugale) pare chiaro che l’immagine di mondo suggeritaci dall’autore sia quella di uno spazio senza centro né periferia, un crogiuolo di lingue che mirano a fondersi: si configura, qui, una sorta di cittadinanza europea in un continente che si sente vecchio, ma dove un buon numero di persone non ha paura della libertà degli altri. Un mondo fragile, dunque, in cui chi vive interpreta la propria condizione di apolide come esito di un inevitabile mutamento epocale.

Sandra Tassi legge “Spatriati” di Mario Desiati

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