La fragilità dopo l’esperienza della guerra: Dino Buzzati, La boutique del mistero, racconto “Il mantello”

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Il sottotitolo esplicativo che abbiamo assegnato alla nostra rubrica potrebbe essere correttamente inteso come “Educazione alla affettività: cosa, perché, quando, chi? come?”. Forse in questa forma emerge l’intenzionalità con cui impostiamo il tema, ma forse soprattutto si evidenziano le direzioni di senso secondo cui vogliamo orientare i consigli di lettura mirati e scandagliati in profondità, con occhio critico, che in questa rubrica si andrà proponendo. Ciò che abbiamo omesso, consapevolmente visto l’ampio e controverso significato che assegniamo alla parola, è il termine fragilità. Ed è sottinteso, sia in chi ora scrive, sia in chi legge ( e si appresta a leggere), che lo scopo dei nostri appuntamenti sia proprio scoprire in modo più definito cosa sia la fragilità.

Di qui la necessità di aprire il mondo letterario a contesti culturali limitrofi alla letteratura, tanto per cogliere quali dialoghi possibili sia opportuno istituire tra mondi culturali scientifici differenti. Almeno tre: la psicoanalisti, la storia, l’antropo-sociologia.

La fragilità dopo l’esperienza della guerra
Negli ultimi decenni sempre più attenzione è stata posta nei confronti del tema della fragilità dell’uomo dopo gli orrori della seconda guerra mondiale: probabilmente, di fronte a un’umanità ferita, l’uomo si è riscoperto tale. Non a caso nella filosofia del dopoguerra autori come Levinas si soffermano sulla vulnerabilità dell’essere umano su quei momenti in cui facciamo esperienza di noi stessi come creature indifese.

Si può dire che siamo “fragili” da quando ce l’ha detto Freud. La psicoanalisi, infatti, ha portato l’individuo del Novecento a scontrarsi con la sconfitta di modelli filosofici certi (il romanticismo dell’800 che poneva le sue basi di forza nel sentimento, e il positivismo che puntava alla potenza dell’uomo tutto ragione, scienza, progresso). L’uomo, già all’inizio del secolo scorso, ha appreso di non avere il pieno controllo di sé, che ci sono “zone” di sé che “funzionano” a prescindere dalla sua volontà, e quindi gli “scappano di mano”. Ma non solo, lo rivelano per quello che è, e non come lui vorrebbe far credere alla società di essere.

La fragilità dopo il rifiuto del modello del padre autoritario
Era il 1919, quando Franz Kafka scrisse la sua Lettera al padre: “Mi hai chiesto perché sostengo di avere paura di te” è l’incipit della lettera con cui Kafka tratteggia un padre autoritario, una figura gigantesca e temuta, estranea e per la quale non mostra alcun affetto. “Sei stato troppo forte per me” gli scrive; lo accusa di avere una fiducia illimitata nelle proprie opinioni, lo paragona addirittura a un tiranno perché, come tutti i tiranni, il suo diritto si fonda sulla persona, non sul pensiero: un padre legibus solutus che impone regole ma non le rispetta.

Sul tema della fragilità dopo l’esperienza della guerra, Sandra Tassi legge da Dino Buzzati, La boutique del mistero, il racconto Il mantello

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