Il concetto della morte del padre: “I padri degli altri” di Romana Petri

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Le prime due letture che abbiamo affrontato (Il mantello di Dino Buzzati e i passi scelti da Dove non mi hai portata di M.Grazia Calandrone) ci hanno condotta sulle soglie di romanzi che, nel corso del Novecento italiano ed europeo (dopo Freud e dopo l’esperienza della guerra) hanno sottoposto alla nostra attenzione il concetto di età fragile accanto a quello denominato dalle scienze umane come morte del padre. Buzzati ne trascura la figura affidandolo alla immagine classica del lavoratore dei campi, Calandrone adotta personaggi maschili prendendoli a prestito dalla cultura patriarcale.

Negli anni in cui Franz Kafka, autore della famosissima ed esemplare Lettera al padre, moriva, Zeno Cosini (I. Svevo, La coscienza di Zeno) riceveva un ultimo schiaffo umiliante dal proprio padre, anch’egli autoritario e sprezzante al punto che, ritenendo il figlio inadeguato alla vita, nel testamento prevede che venga seguito da un tutore, per sempre. Era il 1923 quando uscì il romanzo di Italo Svevo, emblematico affresco di una società pienamente patriarcale, di padri che non hanno stima dei figli e di figli prigionieri dell’odio verso i propri padri.

Il padre deve morire perché il figlio possa vivere.

Nella morte del padre risiede, però, una profezia che si ritorcerà contro i figli: nulla è stato ereditato, ogni valore che sia simbolicamente incarnato nel padre non soltanto scolora, ma non è stato mai trasmesso.

Ma oggi sembra emergere una nuova tendenza letteraria: i “nostri” padri, quelli che invocano oggi i trentenni e quarantenni, sono padri re-inventati, necessari per l’equilibrio sociale, ma molto “umani” e, per questo, vulnerabili. Fragili.

Citando Recalcati, il presente offre un’altra possibilità, quella di essere dei figli-Telemaco e dei padri-Ulisse: l’uno aspetta che l’altro torni. Nel frattempo sopporta la propria condizione mutilata e precaria, seppure con difficoltà, perché è certo che la promessa del padre – di ripresentarsi – non sarà una promessa vana. Il padre, tuttavia, non promette nessuna autorità, alcuna certezza, ma soltanto di desiderare fortemente la vita: quel desiderio è già un valore e un’eredità.

Nel romanzo di McCarthy, La strada, padre e figlio, entrambi senza nome, attraversano un mondo apocalittico e senza salvezza: il padre guida, ma non rappresenta una sicurezza, lui stesso ha paura, lui stesso procede cieco nel percorso, il percorso di un’epoca – sino a che in un lapsus significativo si sbaglia e si rivolge al proprio figlio chiamandolo “papà”. Chi accudisce e chi è l’accudito? Chi è il padre e chi è il figlio?

Si nasconde nei piccoli ribaltamenti quotidiani la chiave dell’inversione generazionale.

Si sedettero sulla spalla amputata che un tempo sosteneva la strada e guardarono il fiume rifluire, spinto dalla marea, e ingorgarsi attorno alle travature di ferro.

E adesso cosa facciamo, papà? – disse l’uomo

Appunto, dimmelo tu, disse il bambino.

(da: C.McCarthy, La strada, Einaudi)

Sandra Tassi legge “I padri degli altri” di Romana Petri

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