TONI MORRISON, Prima i bambini, Frassinelli, 2015

Parliamo del Premio Nobel per la Letteratura del 1993, e abbiamo in mente, tra le sue opere, L’occhio più azzurro e Amatissima, mentre percorriamo le pagine dell’ ultimo romanzo, Prima i bambini. Questo non tanto perché l’autrice riprende il tema a lei caro della discriminazione razziale e della violenza ai bambini, ma molto più perché – ad una considerevole età – l’autrice sa comporre una storia totalmente rinnovata nello stile e nella forma espressiva. La variante non è certo di poco conto, poiché, in tal modo, la trama assume un carattere di estrema modernità e tratta il “problema” del << colore nero della pelle >> in termini assolutamente originali e coinvolgenti.
Ciò che resta costante è il punto di vista della scrittrice, per cui le storie, anche spietate, non sono mai disperate.
Eppure Toni Morrison pone al lettore una domanda inquietante: è vero che non è facile amare neppure i bambini? Tant’è che il titolo originale del romanzo God help the child pone l’accento sulla convinzione che, inesorabilmente, solo la mano di Dio può proteggerli dal male che gli uomini possono essere capaci di procurar loro.
La violenza in età infantile, subita o provocata, e l’incapacità degli adulti di confrontarsi con le sofferenze dei più giovani e di prendersene cura, procurano un gorgo in cui vengono risucchiate le vite di tutti i protagonisti.
Booker, uno dei personaggi messi in campo dalla Morrison, non ha amato che suo fratello Adam, di due anni più grande di lui. L’hanno ucciso quando era piccolo, e da allora nella vita di Booker non c’è stato posto per altro. E’ scappato anche da Bride – la bellissima Bride dagli occhi magnetici- dopo la prima lite di una relazione che pareva travolgente. “A parte Adam, io non so niente dell’amore. Adam non aveva difetti, era innocente, puro, facile da amare”. Queste frasi, pronunciate da Booker sul finire del romanzo, hanno la forza di una scoperta folgorante: è qui che si concentra quell’interrogativo che si fa pressante, crescente, fino alla conclusione.
Per Booker e Bride, infatti, è alla fine possibile immaginare un futuro con un loro bambino.
Nessun bambino che bighellonava tutto solo con una canna da pesca passò di lì e sbirciò gli adulti nell’auto grigia e polverosa. Se, invece l’avesse fatto, quel bambino (o bambina che fosse) avrebbe forse notato i sorrisi pronunciati della coppia, gli occhi così sognanti, ma non gli sarebbe importato niente di cos’avesse dato origine a quel bagliore di felicità.
Un bambino. Nuova vita. Immune alla malvagità e dalla malattia, al riparo da rapimenti, percosse, stupri, razzismo, insulti, dolore, disprezzo di sé, abbandono. Senza errori. Tutto bontà. Incapace d’ira. Così credono. (pag. 214)
Per Sweetness, al contrario, che continua a pensare a Lula Ann come a <>, ma a giustificare il proprio comportamento nei suoi confronti, non è possibile coniugare maternità con felicità.
Adesso è incinta. Bella mossa, Lula Ann. Se pensi che fare la madre sia tutto coccole, babbucce e pannolini, ti aspetta un brusco risveglio. Ma brusco. Tu e il tuo anonimo ragazzo, marito, amichetto – quel che è – vi immaginate OOOOH! Un bimbo! Cucci-cucci-cucci !
Ascoltami bene. Stai per scoprire cosa ci vuole, com’è il mondo, come funziona e come cambia quando divieni genitore.
Tanti auguri; e il bambino, la bambina, che Dio l’aiuti.
Dunque, nel gorgo della violenza c’è innanzitutto Lula Ann che da piccola non ha potuto dire ciò che ha visto.
Nel romanzo è una ventenne di successo alla guida del settore di una azienda produttrice di cosmetici; ma quando Adam se ne va si sente ricondotta alla disperata ricerca di amore e di accettazione di quando era una bimba, una bimba che sperava di essere schiaffeggiata da sua madre per poterne almeno sentire il calore della mano. Perché la donna era inorridita di fronte al colore della pelle della neonata: era nerissima, diversamente da lei che – nella scala di toni sempre più chiari che nell’America di trent’anni fa saliva di pari passo con la classe sociale – era quasi chiara. La bisnonna di Bride, dal canto suo, aveva abbandonato i suoi figli scuri; e il marito, anche lui quasi “purificato” del suo colore, sentendosi tradito aveva lasciato la casa.
Bride non conoscerà mai il piacere di nominare sua madre come mamma: per nascondere il loro legame aveva dovuto accettare l’imposizione di chiamarla “Sweetness”, dolcezza, poiché il suo intento non fu mai altro che quello di compiere il suo bene anticipandole tutte le sofferenze e le difficoltà che la vita, secondo lei, avrebbe senz’altro riservato ai nati dal colore scuro.
Sono rimasti intrappolati nelle sabbie mobili dell’abuso infantile anche Brooklyn, l’unica persona di cui Bride si fida, e l’inquietante Sofia – dagli occhi verdi come la terra – che, dopo quindici anni di carcere, dà prova di un’aggressività inumana; e Rain, bambina bianchissima dal passato torbido che solo da Bride si sente compresa. Persino zia Olive è divorata da un’ombra: sebbene sia stata la madre elettiva di Booker non ha saputo esserlo per sua figlia.
Nonostante la Morrison non riservi a tutti i personaggi lo scavo psicologico che mette in azione per Bride, Sweetness e Booker ( storie anch’esse parallele e che il lettore avrebbe apprezzato pur nella loro durezza), il romanzo convince per la prosa scarna e diretta che alterna la comprensione e l’empatia alla freddezza di molte descrizioni, nonché per l’effetto perturbante e al tempo stesso commovente che produce nel lettore.