Kent Haruf, Le nostre anime di notte

Kent Haruf, Le nostre anime di notte

NNE, pagg.162, € 17.00

Segnalato dalla stampa e accompagnato dal un pressante battage mediatico, Kent Haruf ha attratto a sé un numero esorbitante di lettori.

Chi ancora non aveva incontrato sul suo cammino di lettura lo scrittore americano e la sua Trilogia della Pianura (Canto della pianura, Crepuscolo, Benedizione) usciti per NNE nell’arco di breve tempo (2015 -2016) non avrà certo potuto esimersi dall’acquistarlo; chi, d’altra parte, ne fosse già un estimatore non avrebbe potuto fare a meno di dedicarsi all’opera postuma dello scrittore americano, Le nostre anime di notte.

Prima ancora di entrare nel merito della prosa di Haruf, vorrei proporre due brevi osservazioni di carattere generale, socio-culturale.

La prima riguarda la decisiva rilevanza che l’informazione mediatica ottiene anche all’interno di un pubblico di lettori non forte né agguerrito: se, da un lato, questo fenomeno del passaparola tramite i media va accolto con favore in quanto veicolo della pratica della lettura o, in ultima analisi, di cultura, c’è da osservare – al contrario – come il medesimo meccanismo può inevitabilmente promuovere autori e produzioni letterarie scarsamente significativi in una prospettiva rigorosamente letteraria, a scapito di scritture ampiamente più meritevoli.

La seconda osservazione si riferisce nello specifico alla evoluzione che la letteratura americana sta gradualmente documentando attraverso le pubblicazioni più recenti. Pare affievolirsi, infatti, lo sfondo dell’America delle grandi città, del consumismo sfrenato, del successo imprenditoriale di uomini e donne in carriera, dei rapporti frettolosi e superficiali che intercorrono tra le persone sino al limite dell’indifferenza, dei legami di coppia soggetti ad una rapida corrosione. La modernità, che ha esaltato il colosso americano, anche presentando un “modello” di vita volto alla gratificazione personale, se non alla felicità, ha lasciato gradualmente il posto all’epoca del post-moderno che, attraverso la letteratura, in modo eclatante dopo l’11 Settembre, ha rovesciato la prospettiva in favore di una visione del modo fragile, precaria, individuale, e spesso indirizzata alla solitudine dell’individuo e ad una difficile autorealizzazione.

Kent Haruf forse incontra il lettore di oggi (americano, ma più in generale, occidentale) oltre questa linea di confine, presentando un’immagine dell’America (e della vita in genere) alla ricerca di un “valore” ormai apparentemente dimenticato, l’immagine dell’individuo che combatte la solitudine, il dolore delle sconfitte inflittagli degli eventi della propria esistenza, che riconquista con volontà e decisione momenti preziosi di una intimità intensa e che trova la propria ragione negli attimi significativi di un’esistenza matura. Ed è probabilmente il fatto di venire condotti dalla finzione letteraria al personale riappropriarsi di un quotidiano ricco di emozionalità, di piacevolezza, di riscoperta del sé e dell’importanza delle relazioni con gli altri, il motivo per cui Le nostra anime di notte, in particolare, coinvolge il lettore.

La decisione di Addie di affrontare giudizi e pettegolezzi riguardo la sua decisione di proporre a Louise vuoi passare le notti da me? è la punta più alta (non già il punto di partenza) del percorso interiore che la donna, già avanti con gli anni, porta a compimento: dopo una vita coniugale interrotta dalla morte del marito; separata dai figli da una lontananza fisica ma anche affettiva; sconosciuta al nipote che – a sua volta – vive la propria infanzia nel momento cruciale di una imminente separazione dei genitori; isolata nella sua abitazione di Holt e senza aver mantenuto vivi per anni , dopo la vedovanza, i contatti con i vicini altrettanto anziani.

La domanda è carica di un pathos che allontana ogni aspettativa rispetto ad una trama romantica.

Annie e Louis non sono chiamati dall’autore a vivere gli ultimi fuochi di una sessualità che si sta spegnendo, nella celebrazione di un anticonformismo che li porti a ritrovare sopite prestazioni di un corpo che è ancora in grado di reggere o inventare fantasiosi amplessi: essi non sono alla ricerca di una gioventù da rinverdire.

L’invito di Annie a Louis è di starle accanto: nel sonno, prima di tutto.

Perché è nel silenzio della notte, in quello spazio di tempo che precede l’ingresso nel sonno, che ha bisogno di un compagno “di avventura”, qualcuno che “si avventuri” con lei lungo le strade della memoria e del ricordo del passato, che l’aiuti a vedere con serenità una vita all’indietro che, talvolta, le riesce difficile affrontare in solitudine. Louise, con la sua sensibilità maschile, non ha mai avvertito in modo consapevole la necessità di tradurre in parole, e a voce alta, gli episodi frammentati della propria esistenza; sarà accompagnato dalla stessa Annie a inoltrarsi nella propria vita, scoprendo quanto possono fare le parole nell’intimità affettuosa della notte.

La presenza del piccolo Jamie, nipote di Annie, casualmente entrato nella loro semi-convivenza a due, condiziona la natura del rapporto dei due amici, che vedono interrotta la progressiva conquista della loro reciproca confidenza. Jamie sembra quasi risultare un elemento di disturbo nella dinamica del romanzo.

Al contrario, è un altro personaggio – come la vecchia vicina di casa, Ruth – ad entrare nell’orbita di Annie: entrambi soli, non vengono “trascinati” in una mera ricerca di felicità, ma sospinti da un moto interiore ad affrontare la vita, e anche la morte.

Sandra Tassi