Han Kang, La vegetariana

Adelphi, 2016

Quale può essere l’aspettativa del lettore di fronte alla copertina di La vegetariana? Perché se la casa editrice (Adelphi) e la splendida immagine di un insolito fiore (immagine di N. Araki, Banchetto degli angeli) inducono curiosità, il titolo (che aderisce letteralmente all’originale, in inglese) sembrerebbe non lasciare dubbi sulla trama.
Va precisato, di contro, che il titolo è perlomeno fuorviante; ed è forse legittimo pensare che la scrittrice, Han Kang, classe 1970, abbia effettuato una scelta oltremodo consapevole indirizzandosi in maniera controversa ai lettori del suo Paese e a quelli Occidentali. Il fine può essere quello di orientare i lettori della società globale (almeno) verso due prospettive di lettura.
Da un lato, infatti La vegetariana spinge l’immaginario collettivo in direzione di un comportamento ormai assai diffuso, dettato da scelte di controtendenza rispetto al consumismo indotto dall’industria alimentare o motivato da principi etici nei confronti della vita animale; dall’altro, adotta come spunto narrativo il fatto che, nella società sudcoreana a cui la scrittrice appartiene, l’essere vegetariani è disprezzato e mal visto.
Comunque sia, la storia non è la storia di una vegetariana, nonostante nella parte iniziale del romanzo più di un personaggio, e almeno un narratore, spieghino così la scelta, alquanto repentina, di Yeonghye di rifiutare la carne.
«Ho fatto un sogno» è tutto quello che Yeong-hye è in grado di spiegare a coloro che (assieme al lettore) le domandano e si domandano la ragione del suo comportamento irragionevole: il marito, la sorella, il cognato, i due genitori. Una risposta « catatonica » che piano pure scompare lasciando il posto a un inevitabile mutismo.
Yeong-hye diventa vegetariana, poi digiunante. Pare quasi sottostare ad una volontaria metamorfosi che la conduce ad assumere le sembianze di un vegetale. Ma un vegetale assetato di vita, che cerca pioggia e luce, e che protende vigoroso le sue radici.
Il romanzo, dunque, pare mettere in campo il dualismo di morte e vita, senza suggerire che la protagonista sia votata alla morte, almeno non finché – costretta a forza dai genitori a cibarsi di carne – non usa il coltello per tagliarsi. Ed è proprio il sangue in quanto tale uno degli elementi che concorrono ad intrecciare (anche narrativamente) la vita delle due sorelle: entrambe portatrici di una vita psichica tormentata fin dall’infanzia e dall’adolescenza – l’una è stata oggetto di violenza da parte del padre, mentre l’altra ha rimosso un intervento chirurgico ginecologico che l’ha spaventata – sono rincorse da sogni e incubi. Yeong-hye porta alle estreme conseguenze le proprie visioni notturne, tanto da non dormire di notte e da condurre una sorta di vita onirica parallela a quella diurna dominata dal rifiuto della carne e dalla incomunicabilità; In-ye, quella che rappresenta il “segno positivo” tra le due ragazze, rifiuta il rapporto sessuale col marito, appagata dal rapporto col figlio che, a sua volta, sogna la madre sotto le sembianze di un uccello bianco.
Se nella prima sezione del romanzo (che ne riprende il titolo “La vegetariana”) è la voce dell’inetto, cinico e indifferente marito di Yeong-hye a fornire al lettore la sua versione dei fatti e il proprio punto di vista a proposito dell’atteggiamento illogico della moglie (unica sezione ad avere un narratore interno, quasi a voler sollecitare il prevalere di questa interpretazione dei fatti), è nella sezione seguente (“La macchia mongolica”) che si raggiunge il vertice del delirio.
Ed anche il vertice della potenza narrativa di Han Kang.
Trasportando il lettore in un imprecisato “tempo remoto” è la diversa focalizzazione della protagonista da parte del cognato-artista a indirizzare la lettura verso un climax di intensa forza emotiva.
Ancora è il sangue, il sangue della ferita al polso che si è causata la figlia minore al pranzo coi parenti, che mette in contatto la protagonista col cognato: gli inzuppa la camicia. Ma da quella ragazza abbandonata sulle braccia del cognato accorsa a soccorrerla, emerge una nuova Yeong-hye.
È qui che si incontra una sua diversa visione. Dentro ai suoi jeans consunti e ad un maglione troppo largo l’uomo coglie un’immagine che non corrisponde a ciò che tutti vedono di lei.
Più brutta e insignificante della sorella, non è stata scelta nemmeno da lui stesso per il matrimonio, divenendone il cognato. Ma, in una sorta di inconsapevole affinità, il desiderio di divenire albero dell’una trova la propria rappresentazione attraverso la necessità dell’espressione artistica dell’altro. Per mano di lui, infatti, nasceranno fiori sulla scarna nudità del corpo di lei, che viene trasformata nel corpo attraverso i disegni sulla pelle e, al tempo stesso, nella sua anima.
Attraverso l’atto sessuale con un giovane amico dell’artista, J, che la ragazza accetta con assoluta naturalezza, si compie il miracolo della esplosione della natura, laddove ogni piccolo soffio, movimento, postura è capace di armonia. Il rapporto sessuale, speso al cospetto dell’occhio freddo di una telecamera e dispiegato su di un lenzuolo bianco aperto sul pavimento del laboratorio, è senza significato per J. (che più volte vuole esimersi dalla prestazione richiestagli dall’amico), ma trasformano il desiderio carnale dell’uomo in un eros che confina con l’estasi. È così che l’artista, nell’ansia del suo stesso mutamento, diventa egli stesso una tavolozza di colori e una distesa di fiori, vuole essere dipinto lui stesso, così che la pelle dei due amanti possano unirsi in una trionfante danza cromatica.
Il perno di questa parte del romanzo, tutta giocata tra la finzione mediatica (il video dell’amplesso girato con la telecamera e la volontà di realizzare uno spettacolo teatrale che motiva il cognato alla proposta da rivolgere a Yeong-hye) e una intensa carica sensuale trova il suo significato nel colore azzurro-verde di una macchia sulla pelle di lei, non sparita nei primi anni di vita, e che la rende unica: una misteriosa “macchia mongolica” il cui colore è principio e fine, causa ed effetto di tutta la composizione floreale.
È nella terza parte del romanzo, Fiamme Verdi, che la sorella di Yeong-hye, la moglie del pittore, suggerisce un’altra chiave di lettura.
Il lettore l’ha lasciata qualche pagina prima al cospetto della sorella nuda, dal corpo dipinto, accanto al marito; ma la ritrova ad una fermata dell’autobus, diretta all’ospedale psichiatrico di Ch’ukseong.
Comincia una nuova storia, scandita dal “tempo che scorre”, fino a quando “non c’è più tempo”.
La scrittura muta nuovamente registro, penetra nel silente rapporto tra le due sorelle in una stanza di ospedale e poi ci sospinge fuori da ogni tempo e da ogni spazio, sulla fragile soglia tra sogno e risveglio.
Una soglia su cui troviamo, alla fine, allineati tutti i personaggi ancora in balìa del loro perché?

Sandra Tassi