H. MULLER, Oggi avrei preferito non incontrarmi

H. MULLER, Oggi avrei preferito non incontrarmi, Feltrinelli

In un’intervista Herta Müller, ha dichiarato che «c’è un tipo di letteratura che attraversa il mondo, la letteratura di certe biografie, che corre in parallelo con avvenimenti estremi, in parallelo con le epoche in cui gli autori vivono».
E la sua è sicuramente tra quelle.
«Sono convocata. Giovedì alle dieci in punto. Vengo convocata sempre più spesso: martedì alle dieci in punto, sabato alle dieci in punto, mercoledì o lunedì. Come se gli anni fossero una settimana, mi stupisco che dopo la tarda estate già torni l’inverno».
Si apre così Heute wär ich mir lieber nicht begegnet, romanzo del premio Nobel 2009, edito nel 1997 e di recente pubblicato in Italia (ed. Feltrinelli, traduzione di Martina Carbonaro). La traduzione italiana del titolo, fedele all’originale, Oggi avrei preferito non incontrarmi, propone, più che un tema narrativo, l’aspetto filosofico preponderante: la percezione di un TEMPO senza continuità in cui l’infanzia rumena prende sempre più le distanze dalla quotidianità della vita tedesca; un tempo che, sotto il regime della dittatura, rischia di divenire un presente perenne; e la percezione di uno SPAZIO che si ricompone continuamente nel ricordo attraverso le immagini del villaggio, mentre al tempo stesso si sgretola nel “brutto estetico” del paese tedesco. (vedi capitolo precedente)
Dunque, “Oggi preferisco non incontrarmi” traduce un’immagine poetica, e ci suggerisce diverse interpretazioni: oggi potrei non essere me stessa, oggi potrei essere solo l’immagine di me stessa, oggi potrei scoprire di non esistere più, di non essere mai esistita. «In città dovevo stare in guardia per non sfuggirmi, come il respiro d’inverno, o quando sbadigliavo dovevo stare attenta a non ingoiare me stessa».
La versione inglese del titolo, molto più sintetica e lontana dall’originale, The Appointment, sottolinea, invece, – se si vuole usare un termine usuale in narratologia- il contenuto del romanzo, ovvero l’elemento di rottura nella vita e nell’esistenza della protagonista, la causa della sua scissione. Centrale è l’appuntamento con «il maggiore Albu»,della Secutitade, la “convocazione”, l’interrogatorio presso il suo ufficio.
La convocazione è il punto di inizio e il punto di arrivo di un viaggio metaforico che non può che rimanere sospeso: un percorso reale sul tram da casa al luogo dell’interrogatorio di cui la donna è più che consapevole, ma allo stesso tempo un itinerario che il Super-io letterario tenta di censurare attraverso la scrittura, creando una sorta di cortocircuito. Un viaggio che, come scopriamo lungo la narrazione, paradossalmente non può essere più spostamento, ma solo costante immobilità.
Durante il percorso in tram che la separa dalla sua “convocazione”, mentre siede accanto alla classe proletaria della Romania, ripensa alla sua vita, al primo matrimonio fallito, all’amore mai dichiarato per il padre, alle avances del suocero, alla morte della sua migliore amica Lilli, al rapporto con Paul, il compagno alcolizzato. Cerca di riannodare i fili della sua vita, accorgendosi che i fili di una vita vissuta sotto dittatura non possono essere riannodati. Sotto dittatura non si ha neppure una vita. Sotto una dittatura si è costretti ad abbandonare la propria vita e ad abbandonare la propria carne, a diventare stranieri a se stessi, per non soccombere, per impedire alla mente di vedere la mortificazione subita dal corpo.
La convocazione, in altre parole, è inizio e fine non di un viaggio lineare, ma di uno statico e circolare girare su se stessi e in se stessi : «Io non sono nulla, oltre a essere convocata»; uno straniato vagare, ( si ricordi la specificità che il termine assume nella poetica della scrittrice) monotono e sperduto, in quella condizione di sradicati e di spossessati che è proprio di chi vive sotto dittatura. E quando la corsa in tram finisce la protagonista sembra, allora, non essere arrivata da nessuna parte, sembra essere tornata indietro al punto di partenza. Perché quando hai lasciato la tua vita tutto è inutile e privo di scopo e non si può andare da nessuna parte, ci comunicano questi romanzi: quando hai rinunciato a te stessa anche il ricordo si accartoccia su di se.
Non a caso, come abbiamo riportato all’inizio di questo capitolo dedicato alla scrittrice, quando Herta Müller è stata insignita del premio Nobel, la motivazione fornita dall’Accademia di Stoccolma fu proprio che la scrittrice rumena di lingua tedesca è riuscita «con la densità della sua poesia e la franchezza della sua prosa, a rappresentare lo scenario degli espropriati…».
I <> temi ricorrono spesso nella <> letteratura, presenti anche in altri romanzi come Il Paese delle prugne verdi (ed. Keller, traduzione di Alessandra Henke) o L’altalena del respiro (ed. Feltrinelli, traduzione di Martina Carbonaro): si tratta del racconto della Romania dopo la Seconda Guerra Mondiale e dell’assurdo scenario della dittatura di Nicolae Ceaușescu, il resoconto di una la vita grigia ed asfittica sotto un regime per certi versi anche più subdolo di quello sovietico. Anni nei quali – come abbiamo accennato – anche la giovane Herta Müller, la cui famiglia apparteneva alla minoranza di lingua tedesca residente nella regione del Banat, subì umiliazioni e sequestri.
Nello specifico il romanzo consigliato per la lettura, ricostruisce la situazione degli anni Settanta, determinante, allorché la scrittrice entrò a far parte di un gruppo di opposizione al regime dopo il rifiuto di collaborare con la Securitate. E di qui la condizione degradante di “convocata”, di cui veniamo resi partecipi nel corso della lettura del romanzo.
Oggi avrei preferito non incontrarmi fa i conti la condizione di non tempo e non spazio attraverso i ricordi, i flashback, i rimpianti di un personaggio femminile la cui identità non è mai nettamente delineata. «Da quando vengo convocata, separo la vita dalla felicità. Quando vado all’interrogatorio devo lasciare a casa la felicità fin dal principio.>>
La risata che chiude il romanzo, fredda e glaciale, quasi folle, forse vuole suggerire al lettore che quando abbiamo abbandonato la nostra esistenza, quando siamo costretti a dismettere la nostra felicità, allora non ci resta nulla da fare se non abbandonarci alla vita, stringere i pugni e « non impazzire ». Non ci resta che accettare la sconfitta: «Il fallimento della felicità procede liscio, e ci ha piegati. La felicità è diventata una pretesa assurda, e la mia felicità rovesciata è un tranello. Se vogliamo proteggerci a vicenda, falliamo».
Non ci resta che sperare di non incontrare se stessi.