Edna O’ Brien, Tante piccole sedie rosse

Edna O’ Brien, Tante piccole sedie rosse, Einaudi, 2012

A un decennio dal bellissimo Uno splendido isolamento
ritorna Edna O’ Brien con Tante piccole sedie rosse

I lettori di The Country Girls (1960), Ragazze di Campagna, probabilmente durante questi anni hanno continuato a seguire la produzione letteraria dell’irlandese Edna O’Brien: il libro è stato subito proibito in Irlanda per la franchezza con cui fa il ritratto della vita sessuale dei suoi personaggi e, all’epoca, ha creato un vasto dibattito all’interno della problematica femminile (e della lotta femminista per la parità di genere), tanto da segnalare l’autrice -nel tempo – per il talento della scrittura e per l’incisività delle sue storie.

Ma, con la svolta del secolo, è probabile che molte opere siano passate inosservate a chi non ha seguito con intenzionalità il succedersi dei suoi romanzi tradotti in Italia. Ha riscosso, invece, vasto interesse di pubblico la recente raccolta di racconti Oggetto d’amore, (Einaudi, Torino 2016) e il romanzo, forse ancor più segnalato dalla critica, Tante piccole sedie rosse (Einaudi, Torino 2017).

Mi pare interessante proporre alcune annotazioni.

La prima riguarda la continuità di poetica (cioè “della visione della vita e del mondo”) con la quale l’autrice approda all’ultimo romanzo, rispetto ad uno dei suoi primi romanzi, Uno splendido isolamento. (Feltrinelli, Milano 1997).

In Uno splendido isolamento O’Brien intersecava l’indagine sull’animo femminile (la storia complessa e difficile dell’anziana Josie che entra ed esce dalla memoria del suo passato) con le più acute riflessioni sulla situazione irlandese e la sua cruenta guerra civile (il partner narrativo della vicenda è “la bestia”, ovvero un terrorista dell’IRA braccato dalla polizia).

Il romanzo in questione, strutturato secondo un moto centripeto che dalla storia di una nazione isolata e inospitale conduce alla storia individuale di Josie e di altri personaggi, giunge a rivelarci il suo centro nella condanna, forte e aperta, di una lotta intestina che mette l’uno contro l’altro gli individui solo perché “nemici”, uomini che perdono la ricchezza della propria individualità umana e che soffocano nelle armi i propri profondi e comuni sentimenti e affetti.

Nel romanzo, di dieci anni fa, Edna O’Brien porta il lettore nel mezzo di una storia dai caratteri nazionali: come se “la storia dell’Irlanda” denunciasse un’atroce epopea dai caratteri non solo singolari quanto unici nel loro genere. Nata in un villaggio che più tardi descriverà come “intenso” e “chiuso”, l’autrice trasferisce alla propria terra la rassegnata constatazione di un <<isolamento>> che – proprio come quello dei suoi abitanti – può solo raramente e occasionalmente essere attraversato da momenti illuminati.

Nel finale di Uno splendido isolamento, l’autrice sembra averci lasciato in eredità una promessa, quella di un libro che possa farcipenetrare fino alla fonte dell’odio e dell’ingiustizia”

Vale la pena riportarne l’ampio passo conclusivo.

Di sera i monti cambiano colore e diventano cupi, così come cambiano gli uomini quando si comincia a sparare. Allora tutto è violenza, tutto è confusione. Chi fa e chi subisce. “Come l’uccisore è vicino alla sua vittima.” Dal passato recente e da quello remoto si leva un lamento e uno stridore di denti. Tombe e tumuli e altre tombe e un monumento e un garofano tinto per indicare dove è avvenuto il massacro improvviso. Piange, la terra, e c’è poco da meravigliarsi. Ma la terra non può essere occupata. La storia lo ha dimostrato. La terra non sarà mai occupata; è lì. “Come l’uccisore è vicino alla sua vittima.” Così dice un libro. Ma non basta essere vicini col corpo o con la baionetta. Entrarci dentro, è questo il percorso più sanguinoso. Una volta dentro si comincia a capire. Che noi e i nostri nemici versiamo lo stesso sangue e le stesse lacrime, anche se non sempre nella stessa misura.

Penetrare fino alla fonte dell’odio e dell’ingiustizia, abbeverarvisi ed esserne assorbiti.

Questo i libri non lo dicono. Un giorno lo si capirà. Si dovrà capirlo.

Dopo un decennio è la stessa O’Brien a chiedere (e prima di tutto a chiedersi) attraverso Tante piccole sedie rosse se è arrivato quel giorno, il giorno in cui la guerra, tutte le guerre del mondo, avranno fine. Il titolo del romanzo, infatti, allude alle 11541 sedie rosse che furono disposte nel 2012 sul principale corso di Sarajevo per commemorare le vittime dei cecchini durante l’assedio.

Lo scenario è ancora l’Irlanda e, ancora, c’è una figura femminile che aspira a vivere l’amore: Fidelma, come Josie.

Il protagonista del romanzo ricorda “la Bestia”: viene chiamato “il Boia bosniaco”, perché lo straniero ha un mostruoso passato di criminale nella guerra dei Balcani.

Questa volta, però, lo sguardo della scrittrice – ottantaseienne – non può essere quello che ha riservato al Mc Greevy de Uno splendido isolamento : “ Io vorrei che fosse se stesso, ma anche che fosse diverso. Di lui mi piace tutto, salvo quello che fa.”

Questa volta vien meno ogni possibile redenzione del malvagio, nessuna compassione è tributata, in questo caso, a Vlad, il falso medico che si spaccia come guaritore di corpi e di anime.

La scrittrice conduce il lettore ancora oltre, al termine del romanzo: lo catapulta crudelmente a fronteggiare il mistero del male al tribunale internazionale dell’ Aja dove si processano i crimini contro l’umanità.  

Sandra Tassi