Annie Ernaux, L’altra figlia

Annie Ernaux, L’altra figlia

Titolo originale: L’autre fille
Parigi 2011
1° edizione italiana: maggio 2016 – L’orma editore srl

Il libro si presenta come una lettera ad una sorellina che non c’è più, che è morta prima dell’autrice. La madre e il padre non le hanno mai detto niente della sua esistenza, lei ha sentito una conversazione della madre che ne parlava e diceva che l’altra figlia era “più buona” di lei. La narratrice non ha mai dimenticato queste parole e da quel momento lei si è sentita sempre seconda, esclusa, mentre prima era figlia unica e viziata. La morta viene paragonata ad una santa, a differenza dell’autrice che viene spesso rimproverata per le sue marachelle. L’autrice scrive la lettera forse per far resuscitare la bimba e farla morire di nuovo.

Molto problematico è il rapporto con la madre. Quelle due parole le dividono per tutta l’esistenza, e quando va sulla tomba di sua sorella non ha niente da dirle: per lei è giò nata morta, non l’ha conosciuta, non le ha parlato e la vede solo tramite le fotografie in bianco e nero nascoste dalla madre. I genitori parlano soltanto della visita al cimitero credendo che la bimba non capisca che vanno a trovare l’altra figlia deceduta. L’autrice ha anche rischiato di morire di tetano. La seconda figlia si sente esclusa perchè non può essere definita “buona e santa” come la prima, che è stata santificata dalla morte. Lei, al contrario, ha con la religione un rapporto difficile e viene definita dai genitori “scapestrata, madama patacca, mangiona, saputella, insolente che non sei altro, pestifera”. La madre però la cura sempre e la vizia come una fglia unica.

IL libro è breve ma raccontato in modo succinto da frasi brevi e con uno stile semplice, ma diretto. Significative sono le frasi dell’autrice “Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme” e “sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni”. L’altra figlia è morta, lei è viva; l’altra era “buona”, lei è “scapestrata”e si sente esclusa e tenuta all’oscuro di questo segreto dai genitori, che non lo sveleranno mai nonstante lei sapesse. “Buona”voleva dire anche “affettuosa, coccolona, “amicosa”, come si diceva in normanno dei bambini e dei cani.

Sessant’anni dopo l’autrice va a vedere la casa dove abitavano. Lei si è sempre sentita respinta, e “la realtà è questione di parole, sistema di esclusioni. Più/meno. O/E. Prima e dopo. Essere o non essere. La vita o la morte”. Le parole hanno sempre diviso madre e figlia: “Tra mia madre e me, due parole. Gliele ho fatte pagare”

La mentalità degli anni ’50 è ben delineata dall’autrice: “Negli anni ’50 gli adulti consideravano noi bambini come creature dalle orecchie trascurabili, davanti alle quali si poteva dire di tutto senza conseguenze, a eccezione di ciò che riguardava il sesso, a cui si poteva soltanto alludere”.

Rossella Ballotta