ALMUDENA GRANDES, I baci sul pane

Guanda, 2016, pagg. 312, euro 18

i-baci-sul-pane È una gradevole sorpresa per chi si accosta alla letteratura contemporanea non solo come lettrice ma anche nella prospettiva della critica letteraria, assistere al mutamento della poetica di un autore, o anche solo del suo stile. Il work in progress di una scrittura emoziona sempre il lettore consapevole quando, eleggendolo a testimone di un’evoluzione e di una maturazione creativa, lo esorta a perseverare nella frequentazione della pagina letteraria di uno stesso autore.

Infatti, il nome della scrittrice Almudena Grandes si è imposto all’attenzione del pubblico nel 1989, per il romanzo Le età di Lulù. In quel caso il giudizio dei lettori ha preso di mira il contenuto a tinte erotiche, lasciandosi – forse – sfuggire la preziosità della scrittura, che già in quel romanzo si dichiarava.

Per Lulù, protagonista di questa opera prima, l’erotismo ha i caratteri di un’ossessione, di una condanna da scontare, di un richiamo che la spinge a sperimentare le estreme, più offensive forme di trasgressione: conseguenza paradossale di una prima, violenta e tenera esperienza avuta a quindici anni con Pablo, amico di famiglia di dodici anni più vecchio di lei, e del rapporto che i due hanno coltivato nella lontananza e nel desiderio fino a ritrovarsi e a sposarsi. Ma è un rapporto fondato sulla pratica del libertinaggio.

La prossima età di Lulù sarà quella della fuga da Pablo e del tentativo di costruire un’esistenza autonoma.

Per chi non ha avuto più modo di inoltrarsi nella scrittura della Grandes, e solo oggi – con I baci sul pane – viene tentato di riconsiderare la sua prosa, può essere di forte presa questo rinnovato incontro. Allo stesso modo, la scrittura scorrevole e sciolta, per così dire sorridente, l’andamento piano della narrazione, il moto avvolgente del contenuto saranno apprezzati da coloro che l’hanno seguita in romanzi seguenti, esplorando assieme a lei, approfonditamente e da più punti di vista, i nodi irrisolti e i risvolti misconosciuti della Guerra civile che ha cambiato la fisionomia di un’intera nazione.

Almudena Grandes, cimentandosi per la prima volta in un romanzo polifonico e corale, immerge questa volta il lettore nel presente, a Malasaña, quartiere centrale e nobilmente popolare di Madrid, accolto da una comunità colpita dalla crisi economica. Il tono che sostiene la narrazione degli eventi non è mai cupo: l’autrice pone bene l’accento su tutte le conseguenze di questo grave problema che sconvolge l’economia nazionale, ma riesce comunque a far prevalere la serenità complessiva in grado di ricucire la disgregazione del tessuto sociale.

Facciamo conoscenza di numerosi personaggi di cui non viene mai meno la dignità: ognuno di loro è alle prese con una “battaglia”, che sia interiore e sentimentale – la vecchia insegnante in pensione Adela ha perso il marito e insieme la sua ragione di vita, Sofia ha subito un tradimento – o, più spesso, economica e sociale. Conosciamo chi è costretto a svendere il negozietto di bigiotteria comprato con tanti sacrifici; chi, come la parrucchiera Amalia, regina indiscussa del territorio, deve affrontare la concorrenza di lavoranti cinesi; e chi, come Charo, decide di abbandonare la città, cercando rifugio in campagna. E non ci sono soltanto storie a lieto fine, come dimostra la parabola discendente della vita di Antonio Garcia.

La prospettiva condivisa da tutti i personaggi che si muovono in questa storia collettiva, il filo rosso che tiene insieme le storie di tutti, è il rito di baciare il pane, rito che vuol esortare tutti a ricordarsi delle privazioni subite e insieme reimparare il rispetto delle cose umili ma importanti.

Ciò che si percepisce fortemente in ogni vicenda del romanzo, anche la più complessa e dolorosa, è il fortissimo desiderio che l’autrice comunica ai personaggi, quello di non cedere, di non arrendersi alla sfiducia e all’avvilimento.

È soprattutto nella lotta contro le società immobiliari che s’avventano come avvoltoi sulle difficoltà delle persone, e contro la decisione del governo di chiudere il consultorio del quartiere prima, e poi la mensa della scuola, che gli abitanti di Malasaña, ritrovano la loro solidarietà e le risorse di una combattività ancora intatta.

Con un calcolato movimento circolare la scrittrice sceglie di chiudere la narrazione a un anno esatto dal suo dispiegarsi, mettendo i lettori a confronto con il cambiamento, inevitabile e necessario, dei personaggi. In mezzo alle tante note positive di chi è riuscito a ritrovare se stesso e gli altri proprio attraverso le difficoltà, s’avverte distintamente un cupo segnale di allarme, nella scelta finale di Ahmed che andrà a combattere in Siria: «Ma quella, anche se è parte di questa, è già un’altra storia» avverte l’autrice.